Detti e Contraddetti
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El pibe de oro.
El pibe de oro, Diego Armando Maradona vorrebbe tornare a Napoli. Non può farlo perché è in lotta col fisco italiano, si parla di un evasione fiscale milionaria. Lui naturalmente nega, poi ci ripensa e infine, magnanimo, offre 3 milioni e mezzo per chiudere la vertenza. Generoso da parte sua. Il fatto è che il fisco italiano ne chiede 40 di milioni. Apriti cielo! Maradona non ci stà: "mi fanno i conti in tasca? Ma come si permettono?". E cosa ti inventa allora il buon Diego? Dà mandato a un avvocato di fare causa per danni all'erario italiano per 50 milioni. Il fisco italiano lo ha danneggiato, gli ha rovinato l'immagine e la qualità della vita. Un danno da 50 milioni, 10 di più di quelli che pretendono. Era meglio se si accontentavano della sua offerta. Ma la cosa più suggestiva in questa vicenda è che ci sarà qualcuno nel mondo del calcio e fuori, qualche magnanimo personaggio, qualche illuminato opinionista, qualche suo tifoso dei bei tempi del Napoli che nel ricordo delle sue prodezze in campo sarà disposto a dargli ragione. Mentre in Italia non si sa come fare a pagare le cartelle esattoriali di Equitalia, mentre la povera gente disperata si ammazza, travolta da una crisi spaventosa, questo "eroe", questo "campione", questo esempio del peggio del nostro tempo, trova il modo, il sostegno e anche il consenso per pretendere di continuare a fare i suoi comodi. Coinvolto in Italia e fuori in scandali squallidi, balletti di tutti i colori, cocaina, alcol e doping fino alla squalifica ai mondiali, evasore fiscale, vero protagonista dei nostri tempi: un campione, anzi di più, il più grande campione dello sport più bello del mondo. A un personaggio così, purché giochi bene al calcio, qui in Italia si è disposti a perdonare tutto. Gli altri paghino, non lui, non El pibe de oro.
Bubble Gun. mercoledi 16 maggio, 2012
Incomprensibile.
Ci sono cose che sfuggono alla nostra capacità di comprensione. Ci sono sempre state, in passato per questo furono inventati i "dogmi", cose che noi comuni mortali non possiamo capire. Naturalmente ci fu e c'è ancora chi dei dogmi approfitta per suoi propri fini personali, perché la gran parte dei misteri del passato sono poi stati spiegati dalla scienza e dalla storia. Speriamo che non occorra aspettare tanto per capire qualcosa della situazione italiana e della crisi economica europea, speriamo di capire prima che crolli tutto, vorrebbe dire che in qualche modo se ne sta uscendo. Ma intanto, che ne sarà della Grecia, che della Spagna, che di noi stessi, che ne sarà dell'Euro? Si disse che ci aveva salvato in passato, ma ora? Incomprensibile. Incomprensibile anche quello che succederà in Germania dopo queste elezioni. La gente sembrerebbe stanca di rigore e di tirare la cinghia, ma c'è alternativa? O si rischia di finire come si dice, dalla padella nella brace. Guardate cosa succede in uno sport paradigmatico della società del nostro tempo, la Formula 1. Nessuno, nemmeno tra gli addetti ai lavori, ci capisce niente. Cinque gare, cinque vincitori diversi. Il più veloce in qualifica che parte ultimo perché al suo Box non gli hanno messo la benzina, roba da pendolari.La gara in Spagna vinta dalla Williams che non vinceva da secoli, e alla fine il suo box va a fuoco e danni, macchine distrutte e ricoveri in ospedale. E' talmente tanto tempo che non vincevano che non si ricordavano neanche come si fa a festeggiare. La Ferrari che rischia di vincere la corsa con una macchina incomprensibile non solo per i piloti, ma anche per chi l'ha progettata. Non si capisce perché sia andata forte. La prossima gara a Montecarlo sarà come al solito una lotteria e non porterà chiarimenti sui valori tecnici delle macchine in campo. Il dogma incomprensibile di questa stagione in Formula 1 sono le gomme, imprevedibili per tutti: bisogna accettarle così come sono senza poter capirne le caratteristiche. Come per noi le tasse, con la sola certezza che arrivano puntualmente per prime.
Contraddizioni.
In un Paese allo sbando, stravolto da una crisi spaventosa si è svolta in questi giorni la solenne cerimonia dell'accensione della sacra fiamma che da Atene arriverà ad agosto a Londra per le prossime Olimpiadi. Mentre le gente esasperata, con gli stipendi dimezzati, quando va bene, altrimenti disoccupati, da fuoco ai bancomat, assalta le banche e le finanziarie, senza nessuna possibilità di formare un governo in grado di governare, ecco che le vestali avvolte in candidi pepli, come se niente fosse, ad Olimpia, accendono il sacro fuoco. I soldi per la cerimonia non mancano. Mancavano invece certamente anni fa quando a tutti i costi, contro ogni logica razionale ed economica riuscirono ad ottenere e ad allestire miracolosamente le seconde Olimpiadi moderne di Atene. Oggi la farsa continua. Mentre tutta l'Europa guarda ad Atene e all'evoluzione della sua crisi, partita proprio con le passate Olimpiadi, con seria preoccupazione, come se niente fosse il Comitato Olimpico procede in un rituale a dir poco contraddittorio oltre che anacronistico con la realtà circostante. Nossignori: lo sport non è qualcosa al di fuori del mondo, della società. Lo sport è la migliore espressione del mondo e della nostra società, ma non può ignorarne i problemi, non può far finta di non vederne i drammi. Quale immagine, con quale stato d'animo si può assistere ad un simile spettacolo, con quale stato d'animo assisteremo ai cosiddetti "giochi olimpici" di Londra. E d'altra parte le Olimpiadi già in passato hanno celebrato non solo lo sport, ma anche le contraddizioni e le rivendicazioni del mondo e della società. Come non ricordare il podio dei 200 metri a Mexico City, coi due atleti Neri americani col pugno chiuso e sollevato in segno di protesta contro il razzismo di allora negli USA. Quel gesto allora condannato dagli stessi ipocriti che oggi organizzano la cerimonia delle vestali olimpiche (ma che c'entrano con lo sport?), è entrato nella storia e nel costume del nostro tempo, ha ridato, ha aggiunto valore a quel podio, a quella competizione sportiva, la ha resa viva e vitale, ha nobilitato quell'Olimpiade. Meglio avrebbe fatto il Comitato Olimpico a ricordare quell'esempio, a trovare un'altra forma, un'altra modalità o addirittura meglio avrebbe fatto a sospendere una cerimonia che non può non risultare ipocrita nel contesto storico attuale.
Perché è un mito?
Nella commemorazione dei trenta anni dalla morte del padre, Jacques Villeneuve da una risposta non solo personale, ma anche superficiale a chi gli domanda perché suo padre Gilles, pur non avendo vinto un mondiale sia un mito dell'automobilismo, e lui, che invece il mondiale l'ha vinto, non lo è, né mai lo diventerà. Jacques risponde che suo padre è un mito perché è morto, mentre lui è ancora vivo. Strana risposta. Sembrerebbe quasi che il figlio si ritenga almeno allo stesso livello del padre come pilota e come sportivo. Non è stato così, non lo è stato mai. Gilles e il figlio Jacques avevano in comune come piloti solo il cognome. Per il resto Gilles era superiore in tutto. Più talento, più coraggio, più controllo di macchina, irriducibile, fortissimo tecnicamente sia sul lento che sul veloce, acrobatico e praticamente insuperabile in staccata non ha vinto il mondiale solo perché nel '79 fu leale e generoso col compagno di squadra e amico Scheckter. Poi soltanto nell'82 la Ferrari ha potuto mettergli a disposizione la macchina per vincere non solo le corse, ma anche il campionato, ma allora ci fu il tradimento di Pironi e il tragico epilogo in Belgio. Jacques è arrivato in Formula 1 dopo un mediocre tirocinio in giro per il mondo, soprattutto in Giappone, nelle formule minori, senza mai brillare particolarmente. L'unico acuto fu la vittoria alla 500 miglia di Indianapolis, una corsa "sui generis", che gli ha dato il passaporto soprattutto economico, per entrare alla Williams, che allora era assolutamente la macchina vincente. E con quella macchina ha vinto il suo titolo. Poi è scomparso nella assurda avventura della BAR, che la dice lunga su quali fossero i suoi veri interessi nello sport delle corse. Gilles non ha mai fatto calcoli economici, Gilles, nella sua genuinità, nella sua "ingenuità", guidava e basta. Guidava e come. Intensità , passione, tecnica, coraggio allo stato puro, che diventavano emozione, entusiasmo per chi lo vedeva. Rispetto, stima assoluta e invidia per le sue capacità, tra gli addetti ai lavori e i colleghi. Tutto questo trasmetteva la sua guida, la sua macchina. Nessuno nell'epoca moderna delle corse, nemmeno Ayrton Senna ha mai dato così tanto, nemmeno Michael Schumacher con tutto quello che ha vinto. Gilles, venuto dal nulla ha spostato in avanti in modo dirompente, entusiasmante i limiti della guida e del coraggio nell'automobilismo moderno. Enzo Ferrari, la gente, il mondo intero lo ha capito, lo ha amato. Per questo è diventato "Gilles", per questo è un mito del nostro tempo.
Gilles!
L'8 maggio 1982 alle 13.52, sul circuito di Zolder in Belgio finiva tragicamente la fantastica, incredibile esistenza di uno dei più grandi piloti della storia intera dell'automobilismo di Formula 1. Al termine delle qualifiche, durante il giro di rientro ai box, probabilmente in seguito ad una pausa d'attenzione dovuta proprio al rallentamento e ad un'incomprensione, la Ferrari 126 C2 di Gilles Villeneuve urtava con l'anteriore destra la posteriore sinistra di chi lo precedeva, con conseguenze disastrose. Nell'incidente la Ferrari decollava da terra e si disintegrava letteralmente. La paratìa del telaio che reggeva le cinture di sicurezza e il sedile col pilota imprigionato, veniva divelta dalla scocca. Nel corso del volo pazzesco, il pilota ha perso addirittura il casco. Una dinamica ed una catena di conseguenze tra cause ed effetti che coi regolamenti e le norme di sicurezza attuali sarebbe impossibile. Gilles Villeneuve, nato in Quebec, Canada di lingua francese, da famiglia modesta, aveva cominciato a correre con le moto slitte, vincendo più volte il campionato nazionale. Forse grazie proprio a quell'esperienza aveva maturato quell'incredibile, funambolico controllo di macchina che contraddistingueva la sua guida. Per continuare a correre , sempre seguito dalla moglie Johanna, sposata giovanissima e che gli aveva dato due figli, aveva venduto la casa. Correva dappertutto in Canada nelle Formule minori e finì per essere notato. Chris Amon e Walter Wolf lo segnalarono a Ferrari. James Hunt, campione del mondo 1976, lo segnalò alla Mac Laren. Così arrivò in Europa, e quando, alla fine del '77 maturò il divorzio con Lauda, Ferrari scelse, come sostituto, il piccolo canadese con un esperienza di solo due gare disputate in Formula 1 e tutti i circuiti del campionato da imparare. Ma già nel '78, e proprio in Canada, Gilles cominciò a vincere. Pilota velocissimo, dotato di un controllo di macchina mai visto, coraggio sovrumano, guida chirurgica, duro, ma correttissimo, contrariamente da quello che sostenevano i suoi detrattori, compreso l'attuale Presidente Ferrari, Luca Montezemolo, non era uno sfascia macchine. Al contrario aveva visione strategica e tattica sia della singola gara che del campionato. Per primo (1981) portò una macchina con turbo-compressore a vincere a Montecarlo, impresa fino allora considerata impossibile. Al Jarama, sempre lo stesso anno, vinse con una gestione di corsa fenomenale nonostante i limiti di tenuta di strada della sua Ferrari. Nel 1979 arrivò secondo nel mondiale battuto per soli 4 punti dal compagno di squadra Ferrari, Jody Scheckter. E tutti di quell'anno ricordano la fantastica lotta a ruotate con la Renault di Arnox (battuto) a Digione. E avrebbe potuto vincere quel mondiale se non fosse stato leale e corretto nei confronti della squadra e del compagno e amico Jody. La lealtà, la correttezza, la genuinità, la sincerità fino all'ingenuità erano la sua lacuna, il punto debole del suo carattere. A Imola '82 con una Ferrari fantastica in grado di dominare la corsa e il campionato, si consumò lo strappo, il tradimento da parte del suo nuovo compagno di squadra, che approfittando di una presunta incomprensione con la gestione di gara dai box, gli rubò una vittoria che credeva fermamente di meritare. Dopo la corsa, accompagnato dall'amico Scheckter si recò a Maranello per chiedere giustizia, ma Ferrari, pur comprendendone le ragioni non poté far altro che ribadirgli : "?ma insomma, Gilles, ha pur sempre vinto una Ferrari". Si dice che quella sera stessa Villeneuve avesse firmato con la Williams per l'anno seguente. Così, con questi stati d'animo, si arrivò al Gran Premio del Belgio a Zolder dove accadde l'irreparabile. Sono passati trent'anni, e come si usa dire, sembra ieri. Per commemorarlo oggi basterà ricordare le parole finali, definitive che gli dedicò Enzo Ferrari: "?io gli volevo bene", e tutti quelli che hanno avuto la fortuna di vederlo correre trent'anni fa, continueranno a volergliene.
Arieccoli!
E' passata solo qualche settimana, ma evidentemente su al nord la memoria è corta: si considera lo scandalo sopito. E si ricomincia come se niente fosse successo. Certo, giù al sud il grillo parlante fa sfracelli di consensi proprio sul loro terreno, ed ecco dunque che le camicie verdi tornano a farsi vedere. E a farsi sentire. Non è successo niente, nessuno rubava. Aveva dunque ragione la "pasionaria", la "terrona" catramata che, benché espulsa, non ha mai nemmeno pensato di rinunciare al suo ruolo, alle sue "conquiste". E così, tolto di mezzo il bel sito cicciobomba, e il figlio scemo, tutti gli altri sono tornati a cavallo a cantare, e con che boria "Va pensiero su l'ali dorate?" . chissà che non sia proprio l'oro di quelle ali ad aver suggerito il dietro-front. Di rinunciare al contributo pubblico infatti non si parla più. Si torna invece ad attaccare il governo con l'imperativo categorico di mandarlo a casa entro l'estate. Sarà, ma per ora è il governo che ha mandato a casa loro. E sarà dura per i verdoni ritrovare consensi e credibilità dopo questo ennesimo volta-faccia. Ricominciare, ripresentarsi come se niente fosse successo e aver la pretesa di farla franca: roba da democratici cristiani d'altri tempi, altro che seconda repubblica, altro che federalismo. Ma in questo non sono soli, in questo momento lo spettacolo della politica non presenta niente di originale: per fare consensi si ritorna a parlare di tasse da non pagare. Che fosse questo il tanto decantato federalismo fiscale? Tanto le tasse a imporle sono sempre gli altri. Troppo comodo, troppo facile. E in questo panorama desolante, con una crisi che ci dissangua, loro sono sempre lì. Tutti pronti a ricominciare come se niente fosse. A questi politici probabilmente manca il "quid", ma certamente non manca la faccia di bronzo.
La notte di Valpurga.
Per chi non lo sapesse Valpurga è un nome proprio di persona, non una località geografica, e Santa Valpurga è regolarmente in calendario. Ricorre il 30 aprile di ogni anno. In particolare la notte di Valpurga tra il 30 aprile e il 1° maggio, era considerata in antichità nei Paesi del nord Europa, la ricorrenza festiva dell'inizio di primavera. Assunse poi altri significati. Assieme ad Halloween, oggi ben conosciuta e praticata anche da noi, la notte di Valpurga divenne una ricorrenza esoterica, magica, infine maligna. La notte di Valpurga è la notte in cui le streghe e gli spiriti del male hanno libera uscita per praticare, con l'inizio di primavera, i loro riti demoniaci. Dracula, il capolavoro della letteratura gotica di fine 800 di Bram Stoker, cominciava, nella sua stesura originale, proprio nella notte tra 30 aprile e 1° maggio. "Una notte sul Monte Calvo" la celebre danza delle streghe, il sabba di Mussovskjy, è ambientata sempre in quella data. Per chi non crede in queste cose e non riesce ad attribuire particolari significati e inquietudine a queste ricorrenze, possiamo ricordare che Adolf Hitler, che come la storia ci ha insegnato, era esperto ed appassionato tra le altre tragedie, di essoterismi, rituali e cultura del soprannaturale, scelse per uccidere Eva Braun, il suo cane lupo Blondie e infine per suicidarsi, proprio il tardo pomeriggio del 30 aprile 1945. Una coincidenza? Dunque, se tra 30 aprile e 1° maggio, verso la mezzanotte, guardando fuori dalla finestra, vi sembrerà di vedere o "sentire" qualcosa di strano, non stupitevi, non pensate all'ennesimo malfunzionamento, scandalo o incidente nazionale: semplicemente è la notte di Valpurga.
Ridanciani.
Avete mai visto un politico triste? Avete mai visto un politico che manifestasse preoccupazione o tristezza? Ridono sempre, sono sempre allegri. Beati loro. Di questi tempi il cittadino italiano, il "contribuente" normale si sta arrabattando a preparare la dichiarazione dei redditi. Fa quattro conti: addizioni, somme e infine sottrazioni. Viene da piangere. Ma loro, quelli che le tasse le inventano, ridono sempre. Tutti. Tutti perché anche quelli dell'antipolitica, anche i nuovi parolai e affabulatori d'assalto provengono comunque da una formazione d'intrattenimento comica. Si cerca la battuta, la brillante semplificazione, l'uovo di Colombo, qualunque cosa pur di mostrare la dentiera. Insomma non c'è di che essere preoccupati, questo vogliono significare, e dal loro punto di vista hanno ragione: per loro vige l'eterno motto del: "?tutto va bene, madama la marchesa?". Scoppia uno scandalo? "Ma è vero il contrario!", e giù una risata. C'è un accusa di corruzione? "Ma non è vero niente!", e giù a ridere. E come dargli torto: le case gliele comprano, le vacanze gliele pagano, le donne gliele portano, gli stipendi, anzi i contributi glieli versano, anzi glieli versiamo noi, il tutto passa per via ereditaria di padre in figlio, il resto è un dettaglio. Ma perché scandalizzarsi, perché stupirsi? Anche la critica a tutto questo, l'"opposizione", la manifestazione del dissenso, se così si può chiamare, è affidata a dei comici. La cosiddetta "satira" che viaggia in TV ci mostra altri fenomeni che fanno le stesse cose, che hanno gli stessi atteggiamenti: ridono sempre, hanno la sintesi, fanno la battuta, esercitano l'arguzia, la brillante semplificazione. Non si accorgono, o forse fanno finta di non accorgersi che la audience è in calo, d'altra parte anche i politici continuano a ridere mentre calano i votanti. Di questi tempi di risate un po' nervose è tornato fuori il film sul Titanic. Ricorreva il centenario del naufragio: anche lì c'era poco da divertirsi, ma mentre la nave affondava, l'orchestra continuava a suonare.
Profondo (Capi)Rossi.
La crisi colpisce tutti, la ripresa non si intravede all'orizzonte. Vale anche nello sport per certi fenomeni che solo ieri sembravano invincibili ed ora invece vivacchiano a centro classifica. Vale per la Ferrari che però con un po' di fortuna almeno una vittoria all'anno la porta a casa, e l'impressione è che comunque a Maranello siano in grado di sfruttare strategicamente le occasioni che volta per volta, gara per gara si possono presentare (leggi pioggia o imprevisti altrui). Non vuol dire di essere vincenti, ma almeno ci provano magari anche correndo dei rischi. Peggio, molto peggio è la situazione Rossi-Ducati. Lì da anni ormai la situazione è quella che è e l'uscita dalla crisi non si intravede proprio. Fanno perciò tenerezza certe uscite del collaudatore e direttore sportivo Guareschi che sostiene di conoscere le soluzioni per far tornare competitivo il binomio Rossi-Ducati. Se sa cosa si deve fare, se davvero sa come fare, si affretti a comunicarlo ai suoi progettisti a Borgo Panigale: poveretti, aspettano solo lui. Patetico poi è l'intervento dell'ex di turno. Parliamo di Capirossi, da sempre amicone e paladino al limite della genuflessione di Vale. Per il nostro ex pilota ed ex campione che comunque nelle massime categorie e cilindrate ha vinto poco, prima di parlare e di esprimere critiche e dubbi sul grande Valentino, meglio tapparsi la bocca. Curioso atteggiamento è lo stesso che scatenò la rivalità fino al livore tra Rossi e Biaggi, solo che allora fu Max a tacitare Vale prendendosi così la fama di "antipatico", anti-sportivo e quant'altro. Due pesi e due misure dunque. Ma resta il fatto che l'antipatico Biaggi continua a correre e a vincere, Valentino continua a non vincere e Capirossi non corre più.